Ci siamo quasi…
A brevissimo, finalmente, la webradio del Centro Poliedro sarà attiva. Inizieremo entro la fine dell’anno con una prima fase beta, avremo la possibilità di registrare sulla strumentazione presente negli studi e cominceremo a provare tutti gli strumenti e i software di gestione della radio.
Entreremo così, davvero, dentro la radio, come diceva il titolo di un corso che abbiamo realizzato lo scorso anno.
Stiamo attivando una serie di collaborazioni molto interessanti, che sveleremo quando le cose saranno più sicure.
Nel frattempo fateci avere idee, proposte, richieste.
Stay tuned!
Cosa può fare un gruppo che, dopo gli ottimi risultati ottenuti con i primi lavori, si scopre senza ispirazione? Solitamente le reazioni possibili sono due. La prima, la più naturale, è tentare invano di ripetere il successo con una superflua imitazione di se stessi, che sfocia in dischi regolarmente insipidi e boriosi (ed è quello che è successo con Come With Us, del 2000). La seconda alternativa, un pelo più coraggiosa ma non per questo efficace, è cimentarsi in una improvvisata svolta in territori vergini di dubbia validità, con risultati spesso fuori fase (per maggiori dettagli, recarsi alle voci Push The Button del 2004 e soprattutto We Are The Night del 2007).
E poi? Beh, poi sarebbe anche il momento di lasciar perdere, no?
Non per forza. Talvolta capita che, dopo averne imbroccate poche negli ultimi anni, venga fuori dal cilindro un album come Further. L’ottava opera dei Chemical Brothers non è un capolavoro, ma comunque un disco sincero, onesto, che ha del carattere e merita rispetto. Il duo britannico abbandona gli esperimenti e riprende lo stile che li contraddistingue, ma stavolta l’operazione è oliata da una discreta fantasia.
Le venature di cosmic music in Snow e i synth languidi di Swoon sono bocconcini appetitosi. E c’è un certo fascino anche nelle stravaganze sognatrici di Another World o K+D+B. Il brano più godibile resta però un pezzo di classico big beat come Horse Power, una elettrizzante esplosione di energia acid che tanto ci ricorda i tempi d’oro, per questo la gemma preziosa del disco. Si apprezza meno invece il primo singolo, Escape Velocity, una maratona di 12 minuti in salsa electroclash che aggiunge poco a quanto già sentito in passato e che, sinceramente, suona un po’ eccessiva. Per il resto si tratta, tutto sommato, di ordinaria amministrazione: normale electro-rock. Con qualche sfumatura freak qua e là.
Una sufficienza raggiunta oggi da chi, un tempo, era tra gli elementi più brillanti di tutto l’istituto. Considerando le recenti bocciature, c’è da esserne contenti.
Responsabile del progetto:
Prof.ssa Silvana Induti
Staff di docenti:
Pacifico D’Ercoli, Marina Marziale: organizzazione, musica e supporto tecnico hardware e software; Maurizio Cameli, Maurizio Armandini, Nelly Bamonti.
Collaboratori Esterni:
Silvia Vagnoni e Manuela Castelli (letture), Ins. Angela Maria Pistolesi (interpretazione testi), Prof. Piero Mennò (progettazione e consulenza tecnica), dott. Jonathan Mancini e la ditta Skyanet (Consulenza tecnica)
Studenti che sono attualmente impegnati nei gruppi di lavoro:
Kreka Grisilda,Rosati Gianluca, Alice Lomartire, Debora Giuliani, Vanessa Pignotti,Giulia Pignotti, Chiappini Lorenzo, De Finis Antonio Rosario, Benedetto D’Addazio, Ilaria Natali, Doria Gessica, Mazza Tiziana,Iezza Lisa, De Angelis Benedetta, Speca Andrea, Davide Spurio.
Ex studenti che sono attualmente impegnati nei gruppi di lavoro:
Andrea Natali, Daniela Mattioli, Spinozzi Pier Nicola
DANIEL JOHNSTON
The Story Of An Artist
(Munster)
2010
songwriter
Listen up and I’ll tell a story
‘Bout an artist growin’ old
Some would try for fame and glory
Others aren’t so bold
E’ la Munster, etichetta di Madrid, che ci permette di tornare a guardare dallo spioncino i primi vagiti del cantautore di Sacramento. “The Story Of An Artist” è un titolo che pare rifarsi scherzosamente alla magniloquenza di un greatest hits di un qualche crooner sul viale del tramonto.
In effetti “crooner” appare davvero Daniel Johnston, anche se in uno spettacolo allestito non su sfavillanti navi da crociera o in serate in frac di beneficenza, ma nello stanzino di casa propria – uno spettacolo inframezzato da dialoghi, telefonate, litigi. Come se il sipario calasse per un attimo sullo show, scoprendo le vicissitudini quotidiane che tanto Daniel vorrebbe scacciare nel premere il tasto rec del proprio registratore a quattro tracce, rintanandosi tra le vibrazioni risuonanti del proprio strumento, il pianoforte – impersonando i grandi che vorrebbe imitare, dai Beatles in avanti.
L’iniziativa di questa ristampa, che ripropone i primi sei dischi di Daniel (quelli distribuiti su cassetta “fatta in casa” all’inizio della sua carriera), pare una di quelle operazioni hollywoodiane di riscoperta di personaggi peculiari ma a loro modo vincenti: difficile nascondere che parte del fascino di Johnston derivi dalla sua “americanità” – dal fatto che, nonostante tutto, bastino il talento e la fiducia in sé stessi per emergere.
Che trovino spazio i suoi strazianti sogni d’amore (“I Had A Dream”), o l’ancora più toccante dichiarazione d’intenti di “Story Of An Artist” (capolavoro!), il tocco pianistico di Daniel, insieme infantile e pienamente consapevole, disegna con grazia la scoperta dolorosa di una solitudine ineluttabile. Condizione umana che nella musica di Johnston si fa tangibile, attraverso l’equazione mai scontata – nei risultati – del tradurre in canzone il proprio dolore. Anche con ironia, all’occasione, come in “When You’re Pretty”.
E’ per questo che non è mai troppo tardi per riaccostarsi all’opera del Nostro, che ci sentiamo di consigliare senza riserve, nella certezza che nel riprendere questi nastri rimarrà sempre una testimonianza intensa di un’inaspettata e totale apertura al mondo, registrata attraverso un registratore Sanyo da 59 dollari – prima ancora che il termine lo-fi facesse la sua comparsa.













